“Il richiamo della montagna” di José María de Pereda: quando ritrovare se stessi significa tornare all’essenziale


Romanzi di formazione. Ci sono luoghi che, al primo sguardo, sembrano fatti apposta per allontanarci. Troppo selvaggi, troppo silenziosi, troppo lontani da tutto ciò che conosciamo. Eppure, a volte, proprio dove pensiamo di non poter vivere si nasconde ciò di cui abbiamo davvero bisogno.

È da questa suggestione che prende forma Il richiamo della montagna di José María de Pereda, un romanzo del 1895 che mette a confronto due mondi apparentemente inconciliabili: quello scintillante e sofisticato delle grandi città e quello austero, faticoso ma profondamente umano delle comunità montane.

Al centro della storia c’è un viaggio che non riguarda soltanto lo spazio. È soprattutto un percorso interiore, una riscoperta di valori dimenticati e una riflessione sul significato autentico della felicità.

Una fuga dalla città, un viaggio verso se stessi

Il protagonista, Marcelo Ruiz de Bejos, è un uomo che sembra avere tutto. Colto, benestante, laureato in diritto civile e canonico, frequenta gli ambienti eleganti di Madrid e delle capitali europee. Tra teatri, salotti, caffè alla moda e collezioni d’arte, conduce un’esistenza apparentemente perfetta.

Ma dietro questa facciata di successo si nasconde un’insoddisfazione difficile da riconoscere. La sua vita è diventata una successione di divertimenti e comodità che, anziché arricchirlo, sembrano averlo progressivamente svuotato.

A interrompere questa routine arrivano le lettere dello zio Don Celso, anziano patriarca della famiglia e proprietario di una dimora ancestrale a Tablanca, un remoto villaggio incastonato tra i Monti Cantabrici.

Malato e consapevole di essere ormai vicino alla fine, Don Celso invita il nipote a raggiungerlo. Marcelo accetta, anche in vista dell’eredità della proprietà familiare.

Quello che inizialmente considera quasi un sacrificio si trasforma però in un’esperienza destinata a cambiare radicalmente la sua visione del mondo.

L’arrivo a Tablanca non è affatto idilliaco. Abituato agli spazi urbani e alla comodità, Marcelo si trova davanti a un paesaggio aspro, fatto di dirupi, freddo penetrante e imponenti masse rocciose. La montagna gli appare ostile, persino ripugnante.

È interessante osservare come Pereda costruisca questa prima fase del racconto attraverso lo sguardo del protagonista. Non è la montagna a essere necessariamente inospitale: è Marcelo a non possedere ancora gli strumenti per comprenderla.

Ed è proprio questo il punto di partenza della sua trasformazione.

La montagna come specchio dell’anima

Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo di formazione è il modo in cui la natura diventa parte integrante del percorso psicologico di Marcelo.

I Monti Cantabrici non fanno semplicemente da sfondo alle vicende. Rappresentano una presenza costante, potente e quasi spirituale, capace di mettere il protagonista di fronte ai propri limiti.

La svolta arriva durante un’escursione sulle vette più scoscese, accompagnato dal parroco Don Sabas.

Qui il paesaggio cambia improvvisamente volto. La nebbia che avvolge le gole comincia a diradarsi, lasciando spazio a una visione grandiosa: le vette innevate dei Picos de Europa, il Mar Cantabrico e il Golfo di Santander.

Quella che Marcelo aveva inizialmente percepito come una terra desolata si rivela una meraviglia naturale.

La montagna diventa così una sorta di cattedrale a cielo aperto. Un luogo in cui l’uomo ritrova il senso della propria dimensione, ridimensiona il proprio ego e riscopre un rapporto più autentico con l’esistenza.

È una delle immagini più significative del libro: per cambiare prospettiva, a volte, bisogna semplicemente imparare a guardare dall’alto.

Tablanca: una comunità in cui la ricchezza non si misura in denaro

Se la montagna rappresenta la dimensione spirituale del romanzo, il villaggio di Tablanca ne costituisce il cuore umano.

Pereda contrappone con decisione la società urbana, dominata dall’ambizione individuale e dalla ricerca del benessere materiale, a una comunità rurale fondata sulla solidarietà, sul senso di appartenenza e sulla reciprocità.

A Tablanca la vita è semplice e spesso difficile. Il denaro circola poco e gli scambi avvengono soprattutto attraverso beni essenziali come mais, patate e castagne.

Gli abitanti sono contadini e artigiani che affrontano quotidianamente la fatica del lavoro senza perdere la propria dignità.

Ma ciò che colpisce maggiormente è la loro disponibilità verso gli altri.

Emblematica è la figura di Nardo Cucón, soprannominato Tarumbo. Povero e fisicamente malfermo, dedica il proprio tempo a riparare gratuitamente i muri di cinta delle proprietà altrui e ad aiutare gli ammalati.

Un personaggio che dimostra quanto la generosità non abbia necessariamente bisogno di risorse economiche.

Anche l’ospitalità assume un significato importante. L’accoglienza riservata a Marcelo nella casa di Robacío, dove viene trattato con spontaneità e affetto quasi materno, restituisce l’immagine di una società in cui la casa non è soltanto uno spazio privato, ma un luogo di condivisione.

In questo contesto, anche la dimora dei Ruiz de Bejos acquista un valore particolare. Sotto la guida di Don Celso, non è semplicemente una proprietà prestigiosa, ma un punto di riferimento per l’intera valle.

Il suo ruolo non si esaurisce nel possesso della terra: significa custodire tradizioni, mantenere legami e contribuire all’equilibrio della comunità.

Neluco e Don Celso: due figure fondamentali per la crescita di Marcelo

Tra i personaggi che accompagnano la trasformazione del protagonista spicca il dottor Neluco Celis, medico di Tablanca e Robacío.

La sua storia è particolarmente significativa perché dimostra che scegliere una vita lontana dai grandi centri non significa necessariamente rinunciare alle proprie ambizioni.

Neluco ha studiato brillantemente a Madrid per sette anni. Avrebbe potuto costruirsi una carriera nella capitale, ma ha scelto consapevolmente di tornare tra le montagne e mettere le proprie competenze al servizio dei paesani.

La sua visione della società è molto netta. Nelle conversazioni con Marcelo critica il modello metropolitano, che considera un ambiente artificiale, dominato da ambizioni individualistiche e da un movimento continuo spesso privo di una vera direzione.

Al contrario, vede nei piccoli borghi delle riserve di umanità, luoghi in cui è ancora possibile vivere in armonia con la natura e con gli altri.

Neluco non si limita a esprimere un’opinione: incarna concretamente ciò in cui crede.

Accanto a lui troviamo Don Celso, figura centrale anche quando la sua presenza è legata soprattutto alla memoria, alla casa e alle tradizioni familiari.

Il vecchio zio rappresenta il legame con il passato e con una responsabilità che va oltre l’eredità materiale.

È proprio attraverso questo legame che Marcelo comincia a comprendere il valore della continuità, delle proprie radici e del ruolo che ciascuno può svolgere all’interno di una comunità.

La critica alla società moderna: comodità e libertà sono davvero la stessa cosa?

Uno dei temi più interessanti di Il richiamo della montagna è la riflessione sul rapporto tra progresso materiale e benessere interiore.

Pereda mette in discussione un’idea molto diffusa: che avere più comodità, più divertimenti e maggiori possibilità di movimento significhi automaticamente vivere meglio.

Attraverso le riflessioni di Marcelo e le considerazioni di Neluco, emerge una critica piuttosto severa alla vita metropolitana.

Le grandi città, con i loro ritmi frenetici e le continue occasioni di svago, finiscono per diventare luoghi di dispersione. Gli uomini si muovono molto, ma rischiano di perdere il contatto con ciò che conta davvero.

Persino i moderni convogli ferroviari, simbolo di velocità e progresso, vengono percepiti da Marcelo come morbide gabbie.

È una riflessione che, pur appartenendo a un contesto storico diverso dal nostro, conserva una sorprendente attualità.

Anche oggi siamo abituati a riempire ogni momento, a rincorrere nuovi stimoli e a confondere l’accumulo di esperienze con la realizzazione personale.

Pereda suggerisce una prospettiva opposta: forse la libertà non consiste nell’avere sempre più possibilità, ma nel liberarsi da desideri superflui e imparare a riconoscere ciò che è davvero necessario.

Non si tratta semplicemente di contrapporre la città alla campagna. Il vero confronto è tra due modi di intendere la vita.

Da una parte l’apparenza, il consumo e l’ambizione. Dall’altra il radicamento, la solidarietà e la consapevolezza.

I punti di forza e le criticità del romanzo

Il principale punto di forza del libro è senza dubbio la profondità del suo messaggio.

La trasformazione di Marcelo permette a Pereda di affrontare temi importanti senza limitarsi a una riflessione astratta. Il cambiamento del protagonista passa attraverso esperienze concrete: il contatto con la natura, le difficoltà quotidiane, gli incontri e la scoperta di una comunità con valori molto diversi da quelli a cui era abituato.

Anche le descrizioni paesaggistiche hanno un ruolo fondamentale. La montagna viene rappresentata in tutta la sua imponenza, con una forza visiva che accompagna e rispecchia l’evoluzione interiore del protagonista.

Interessante è inoltre la caratterizzazione dei personaggi secondari. Neluco, Don Celso, Don Sabas e Tarumbo contribuiscono, ciascuno a modo proprio, a costruire un universo umano in cui la solidarietà e il senso del dovere hanno un peso concreto.

Non mancano, tuttavia, alcuni aspetti che potrebbero rendere la lettura meno immediata.

La contrapposizione tra città e montagna è molto marcata. La prima viene descritta prevalentemente attraverso i suoi difetti, mentre la seconda assume spesso una dimensione quasi idealizzata. Questo rende il messaggio particolarmente incisivo, ma lascia meno spazio alle sfumature.

Inoltre, il carattere riflessivo e morale del racconto può rallentare il ritmo narrativo. Chi cerca una storia ricca di colpi di scena o di un intreccio particolarmente movimentato potrebbe trovare alcuni passaggi troppo concentrati sulle considerazioni filosofiche e sociali.

Sono caratteristiche da tenere presenti, soprattutto per chi non è abituato alla narrativa ottocentesca.

Personalmente, ritengo però che siano proprio queste riflessioni a costituire l’identità del romanzo. Non è un libro che punta soltanto a intrattenere: vuole stimolare il lettore, metterlo davanti alle proprie convinzioni e invitarlo a interrogarsi sulle priorità della propria esistenza.

Conclusioni: ritrovare l’essenziale per imparare a vivere meglio

Il richiamo della montagna racconta una trasformazione che va ben oltre il trasferimento di un uomo dalla città alla campagna.

Marcelo arriva a Tablanca ( Il villaggio è ispirato a Tudanca, un autentico paese situato nel Valle del Nansa, nella regione montuosa della Cantabria) pensando di dover affrontare una rinuncia. Lascia alle spalle comodità, abitudini e certezze per ritrovarsi in un ambiente che inizialmente non comprende e dal quale vorrebbe fuggire.

Con il tempo, però, scopre che proprio quella vita apparentemente povera gli offre qualcosa che le grandi capitali non erano riuscite a dargli: un senso di appartenenza, relazioni autentiche e una ragione concreta per sentirsi parte di qualcosa.

La sua decisione finale di stabilirsi definitivamente nella valle e raccogliere l’eredità morale dello zio completa questo percorso. Marcelo non eredita soltanto una proprietà, ma una responsabilità: diventare custode di una tradizione e punto di riferimento per la comunità.

Il messaggio che emerge è semplice, ma tutt’altro che banale: non sempre aggiungere qualcosa alla propria vita significa arricchirla. A volte, per ritrovare se stessi, bisogna imparare a liberarsi del superfluo.

Consiglio questo romanzo a chi ama la narrativa classica, le storie di formazione e i libri che affrontano il rapporto tra uomo, natura e società. È una lettura particolarmente interessante anche per chi sente il bisogno di rallentare e riflettere sul significato che attribuisce al successo e alla felicità.

Perché, in fondo, il vero viaggio di Marcelo non è quello che lo conduce da Madrid a Tablanca, ma quello che lo porta a comprendere dove desidera davvero mettere radici.

E resta impressa la saggezza di Don Celso: per affrontare con passo sicuro i sentieri più difficili dell’esistenza, bisogna imparare a viaggiare portando con sé meno peso di desideri.

Un romanzo di formazione e riflessione, ricco di suggestioni paesaggistiche e spunti ancora attuali.

Perché leggerlo?

Per riscoprire il valore della semplicità, della solidarietà e del legame profondo tra l’essere umano, la natura e la vita in montagna lontano dalle città.

Un libro che andrebbe ristampato, l’ultima edizione italiana risale al al 1958 edizione BUR Rizzoli.

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IL RICHIAMO DELLA MONTAGNA


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